Il personal trainer
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All'inizio era solo un modo per rimettermi in forma. Poi Matteo ha iniziato a correggermi la postura con le mani, e la palestra è diventata l'ora che aspettavo tutta la settimana per motivi che con lo sport c'entravano poco.
Era il tardo pomeriggio, la sala quasi vuota. «Tieni il core in tensione,» diceva, e la sua mano si appoggiava piatta sul mio addome, l'altra sulla schiena. Sentivo il calore attraverso la maglietta, il suo respiro vicino al collo mentre contava le ripetizioni. Cose normalissime da personal trainer. Solo che io avevo smesso di contare da un pezzo, e sospettavo che anche lui.
Quel giorno, all'ultimo esercizio, le sue mani si sono attardate un secondo più del necessario. Ho incrociato il suo sguardo nello specchio: mi guardava con un'intensità che non era professionale, e non ha abbassato gli occhi. «Sei migliorata tanto,» ha detto piano, ma il tono diceva altro. «Merito del maestro,» ho risposto, e ho visto un sorriso incrinare la sua serietà.
Quando gli altri sono usciti e siamo rimasti soli tra i macchinari spenti, la tensione era diventata quasi insostenibile. Mi ha teso l'asciugamano, le nostre dita si sono sfiorate e nessuno dei due l'ha ritirato. «Domani stessa ora?» ha chiesto, ma non parlava di allenamento, e lo sapevamo entrambi. Ho annuito, con il fiato corto che stavolta non c'entrava niente con gli addominali.
Sono uscita nella sera con il cuore che batteva forte e la certezza deliziosa di aver appena preso un impegno che non avrei mancato per niente al mondo. La forma fisica, a quel punto, era diventata l'ultimo dei miei obiettivi.
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— Sara