La stanza 214

La stanza 214

Non prenotavamo una stanza d'albergo da anni. Da quando ci sono i bambini, la casa, le liste della spesa, le sere che finiscono con un bacio sulla fronte e la luce spenta prima ancora di guardarci. Poi, un martedì qualunque, lui mi ha scritto un messaggio: "Stanza 214. Ti aspetto alle nove. Vieni come se non ci conoscessimo." E qualcosa, dentro, si è svegliato.

Ho passato il pomeriggio con quel pensiero addosso come una mano calda. Mi sono preparata con una lentezza che avevo dimenticato — non per lui, o non solo. Per me. Per la donna che ero prima di diventare mille altre cose. Ho scelto con cura cosa mettere sotto il vestito, quel pizzo che tenevo in fondo al cassetto "per le occasioni" e che non tiravo fuori mai. Stasera era un'occasione.

Sono salita in ascensore con il cuore che batteva come a vent'anni. Duecentodieci, duecentododici, duecentoquattordici. Ho bussato. E quando ha aperto la porta e mi ha guardata — davvero guardata, quello sguardo che ti fa sentire l'unica cosa nella stanza — ho capito che il gioco funzionava. "Buonasera," ha detto, serio, stando allo scherzo. "L'aspettavo."

Sono entrata. La stanza era in penombra, una lampada bassa, la finestra sulla città che brillava. Non ci siamo toccati subito. È questa la parte che avevamo dimenticato: l'attesa. Lui mi ha versato da bere, io mi sono seduta sul bordo del letto, e per un po' abbiamo solo parlato piano, come due che si stanno conoscendo, mentre l'aria tra noi diventava densa. Ogni suo sguardo scendeva un po' più giù, ogni mio silenzio durava un secondo di troppo.

Quando finalmente si è avvicinato, l'ha fatto piano. Mi ha spostato una ciocca di capelli dietro l'orecchio, le dita che si sono attardate sul collo, e ho sentito la pelle rispondere prima ancora della testa. Mi ha baciata come non mi baciava da tempo — non il bacio della buonanotte, ma quello che è una domanda e insieme una promessa. Mi sono lasciata cadere all'indietro sul copriletto fresco, e lui è venuto sopra di me senza fretta, imparandomi di nuovo un centimetro alla volta.

Il vestito è scivolato via lento. Il pizzo l'ha fatto sorridere, quel sorriso che conoscevo bene e che avevo nostalgia di provocare. "Questo non l'avevo mai visto," ha sussurrato contro la mia pelle. "Lo tenevo per te," ho risposto, "solo che non lo sapevo." Le sue mani sapevano dove andare e insieme facevano finta di non saperlo, e quella lentezza studiata era la cosa più eccitante di tutte.

Fuori la città continuava a vivere, indifferente. Dentro la 214 il tempo si era fermato su di noi, sul respiro che si faceva corto, sui nomi sussurrati come si fa solo quando si torna a desiderarsi sul serio. Non eravamo più i genitori stanchi, la coppia delle liste della spesa. Eravamo solo un uomo e una donna che si ritrovavano, con tutta la fame di chi ha aspettato troppo.

Molto più tardi, con la testa sul suo petto e il fiato che tornava normale, ho pensato che non era stata la stanza, né il pizzo, né il gioco. Era stata l'attesa. L'aver deciso, per una sera, di sceglierci ancora. La mattina saremmo tornati alle liste, ai bambini, alla luce spenta troppo presto. Ma adesso lo sapevamo di nuovo: bastava una stanza, un messaggio, e la voglia di ritrovarsi. Il numero, ce lo saremmo ricordati a lungo.

🔥 Se il racconto ti ha acceso…

A volte per ritrovarsi basta un piccolo gioco in due. Trovi idee e accessori nella sezione dedicata alla coppia. Spedizione anonima e discreta — nessuno saprà cosa c'è nel pacco tranne voi.

Vuoi una nuova storia ogni settimana?

Iscriviti e ricevi i racconti in anteprima + un buono sconto per il tuo primo ordine.

Iscrivimi ai racconti →
Torna al blog

Lascia un commento

Si prega di notare che, prima di essere pubblicati, i commenti devono essere approvati.