La benda
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Non ci saremmo mai definiti "tipi da BDSM". Eppure, quella sera, quando Davide ha tirato fuori una semplice benda di seta e me l'ha mostrata con un sorriso timido — «Ti va di provare?» — ho sentito una curiosità che non sapevo di avere. Ho detto sì. È bastato quello per aprire una porta.
Al buio, tutto cambia. Non potevo vedere le sue mani, quindi non sapevo mai dove sarebbero arrivate. Ogni tocco diventava una sorpresa, ogni carezza un piccolo sussulto. Un dito lungo il braccio che non mi aspettavo, il suo respiro vicino all'orecchio da una direzione imprevista. I sensi che di solito ignoro si erano accesi tutti insieme, all'improvviso attentissimi.
Ma la cosa più intensa non era fisica. Era la fiducia. Lasciarmi andare completamente, affidarmi a lui senza il controllo degli occhi, è stato un atto d'amore più che di gioco. «Ti fidi?» ha sussurrato a un certo punto. «Di te, sì,» ho risposto, e in quel momento ho capito che quella benda non toglieva niente: aggiungeva. Aggiungeva abbandono, sorpresa, intimità.
Abbiamo stabilito prima una parola semplice, per fermare tutto in qualsiasi momento — e proprio sapere di averla mi ha permesso di lasciarmi andare senza paura. È questo il segreto che nessuno racconta: il gioco funziona proprio perché c'è fiducia e c'è un confine chiaro. Dentro quel confine, ci si può perdere in sicurezza.
Quando mi ha tolto la benda, alla fine, la stanza sembrava più luminosa e lui più bello. Non eravamo diventati altre persone. Eravamo solo noi, che avevamo scoperto un modo nuovo di fidarci. E una piccola benda di seta, da quella sera, è rimasta nel nostro cassetto — come promemoria che c'è ancora tanto da esplorare, insieme.
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— Chiara