L'ufficio dopo le sette
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Le sette e un quarto. L'ufficio era vuoto da un pezzo, solo il ronzio dei neon e il mio computer ancora acceso. E lui. Marco era rimasto, come me, a "chiudere una cosa" che tutti e due sapevamo di aver finito da un'ora. È così che erano cominciate le nostre sere: due scuse gentili per non andare a casa. Perché a casa mi aspettava una vita ordinata, e lì, tra le scrivanie spente, c'era una cosa che non avevo il coraggio di nominare nemmeno a me stessa.
Lo sapevo che era sbagliato. Ero impegnata, lui lo sapeva, e proprio quel "sbagliato" era la parte che non riuscivo a smettere di desiderare. Ogni volta che passava dietro la mia sedia per prendere un foglio, ogni volta che si chinava sul mio schermo e sentivo il suo profumo troppo vicino, qualcosa dentro di me si stringeva. Quella sera non passò. Si fermò.
«Sei ancora qui,» disse piano, appoggiando una mano sullo schienale della mia sedia. Non era una domanda. Mi girai appena, e lo trovai più vicino di quanto pensassi, gli occhi che scendevano dal mio viso al bordo della camicetta e poi di nuovo su, senza nessuna fretta di nascondere quello che stavano cercando.
«Sto finendo,» mentii. La voce mi uscì più bassa del previsto. Lui sorrise, di quel sorriso che avevo immaginato mille volte, e con un dito seguì la linea della mia spalla scoperta, lentissimo, come per darmi tutto il tempo di fermarlo. Non lo fermai. Fu quel silenzio, il mio non tirarmi indietro, a dire tutto.
Si chinò. Il primo bacio non fu gentile: fu la fine di mesi di sguardi trattenuti, fame pura, le sue mani finalmente sul mio viso, tra i capelli, e io che mi alzavo dalla sedia per andargli incontro senza nemmeno decidere di farlo. Mi ritrovai con la schiena contro il bordo freddo della scrivania, le sue labbra sul collo, il respiro che si faceva corto tra una parola sussurrata e l'altra. «Da quanto lo volevo,» disse contro la mia pelle, e sentirlo dire ad alta voce mi fece tremare più delle sue mani.
La camicetta si aprì bottone dopo bottone, con una lentezza che era una tortura studiata. Sotto avevo un completo di pizzo che quella mattina avevo scelto senza confessarmi il perché — e quando lui lo vide, si fermò un istante solo per guardarmi, e in quello sguardo c'era più desiderio di qualsiasi gesto. «Lo sapevi,» mormorò. Forse sì. Forse ero venuta al lavoro sperando in quella sera senza avere il coraggio di ammetterlo.
Ci prendemmo il nostro tempo, lì, nell'ufficio silenzioso, con la città che si accendeva oltre i vetri e il rischio che qualcuno potesse tornare a rendere tutto più elettrico. Ogni suono lo amplificavamo, ogni gesto lo trattenevamo un secondo di troppo per farlo durare. Non era la comodità di un letto: era proprio quello il punto. Era proibito, era improvvisato, ed era esattamente ciò di cui avevo fame da mesi.
Dopo, mentre riabbottonavo la camicetta con le mani ancora incerte, non riuscivo a smettere di sorridere e di sentirmi in colpa nello stesso identico momento. Lui mi sistemò una ciocca dietro l'orecchio, tenero adesso, come se l'uragano di dieci minuti prima non fosse successo. «Domani sera?» chiese. Avrei dovuto dire no. Presi la borsa, gli lanciai un ultimo sguardo dalla porta e non dissi niente. Ma tutti e due sapevamo che il giorno dopo, alle sette, sarei rimasta di nuovo.
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