Vicini di casa: La porta socchiusa
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Il gioco delle finestre è andato avanti per settimane. Poi, un martedì, l'ho incontrato per la prima volta di persona — sul pianerottolo, io con la spesa, lui che rientrava. E tutto quello che ci eravamo detti attraverso i vetri, all'improvviso, era lì, a mezzo metro.
«Allora sei tu,» ha detto, con un sorriso che conoscevo già senza averlo mai visto da vicino. Io sono arrossita come non mi capitava da anni. Abbiamo parlato del più e del meno, del palazzo, del riscaldamento che non va — parole qualsiasi, mentre tra noi succedeva tutt'altro. I suoi occhi scendevano e risalivano, i miei facevano lo stesso, e nessuno dei due fingeva più troppo di non farlo.
«Ti va un caffè?» ha chiesto, indicando la sua porta. Il cuore mi è saltato in gola. Ho pensato a mille motivi per dire no, e a uno solo per dire sì — ed era più forte di tutti gli altri messi insieme. «Un altro giorno,» ho risposto, sorprendendo me stessa. Non per pudore: per prolungare l'attesa ancora un po', perché avevo imparato che è lì che sta il bello.
Sono rientrata in casa con le gambe molli e la spesa dimenticata sul tavolo. Dalla mia finestra, poco dopo, l'ho visto affacciarsi. Mi ha guardata e ha lasciato la sua porta... socchiusa. Un invito silenzioso, senza pressione. Sta a me, diceva quello spiraglio di luce. E io sono rimasta lì, con il bicchiere di vino in mano e una decisione che sapevo già di voler rimandare solo di qualche sera.
Perché certe volte il desiderio più intenso non è quello che soddisfi subito. È quello che lasci crescere, sapendo che dall'altra parte del pianerottolo c'è una porta che, per te, resterà socchiusa.
— continua —
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— Elena